{N}1,{/}7: {S}Satana{/}: nel testo ebraico \u00e8 preceduto dall'articolo (cfr. Zc 3,1s), poich\u00e9 viene considerato non quale nome personale, ma comune. Indica propriamente uno che si oppone a un altro per distoglierlo dal fare qualcosa o per accusarlo in giudizio.

{N}3,{/}8: {S}Leviat\u00e0n{/}: in 40,25 indica il coccodrillo, in Sal 104,36 ogni grosso cetaceo marino. Qui invece \u00e8 evocato come mostro marino, simbolo del caos primitivo.

{N}4,{/}7: Emerge qui l'opinione che i cattivi sono sempre puniti e che nessuno, quindi neppure Giobbe, pu\u00f2 essere innocente dinanzi a Dio se viene a trovarsi nella sventura.

{N}6,{/}2: Giobbe non nega di avere in qualche cosa peccato; sostiene per\u00f2 che le sofferenze sono sproporzionate rispetto alle sue mancanze.

{N}7,{/}7: Ridotto senza speranza terrena, Giobbe si rivolge a Dio, che non osa neppure nominare.

{N}8,{/}3: La domanda richiede naturalmente risposta negativa. Con essa Bildad ripropone la tesi: Dio non pu\u00f2 essere ingiusto e castigare un innocente; se dunque tu sei afflitto, ci\u00f2 significa che sei peccatore. P\u00e8ntiti, per non essere castigato come i tuoi figli.

{N}9,{/}13: {S}Raab{/}, violenza, tracotanza (cfr. anche 26,12), qui pare la personificazione di un altro mostro marino affine a Leviat\u00e0n (3,8). Il senso \u00e8 che le pi\u00f9 tremende forze della natura devono tutte inchinarsi a Dio: quanto pi\u00f9 un uomo debole e solo qual \u00e8 Giobbe.

{N}11,{/}6: Giobbe aveva espresso il desiderio di poter trattare da pari a pari con Dio, senza essere sopraffatto dalla sua potenza e maest\u00e0 (9,33-35). Zofar gli risponde che se tale cosa avvenisse, Giobbe stesso potrebbe costatare di quante colpe non tiene conto Dio.

{N}12,{/}5: Il pregiudizio che la sventura sia sempre una pena del peccato, pu\u00f2 indurre a credere giusto l'inveire contro il tribolato.

{N}13,{/}27: Il v. 28 si legge meglio dopo 14,2.

{N}16,{/}7: Dio ha colpito Giobbe con il dolore, nonostante la sua innocenza, ed egli non sa scoprire il perch\u00e9. Espone con parole amare la propria situazione, ridotto com'\u00e8 ad essere oggetto di disprezzo e di accuse. Presenta i suoi nemici come una ciurma accanita contro di lui, che lo tormenta senza dargli respiro.

{N}16,{/}18: {S}Non coprire il mio sangue{/}: era convinzione comune che il sangue innocente sparso per terra non venisse assorbito e continuasse a chiedere vendetta.

{N}17,{/}8: Espressione biblica per indicare l'apprensione prodotta dal castigo divino dei colpevoli in quelli che ne sono testimoni. Cos\u00ec gli amici di Giobbe: alla vista dei suoi mali, essi gioiscono della giustizia di Dio, secondo i princ\u00ecpi tradizionali del castigo degli empi su questa terra. Giobbe invece si scaglia contro questa sapienza e questa piet\u00e0 conservate per tradizione, ma che rifiutano di guardare la realt\u00e0.

{N}18,{/}14: {S}Il Re dei terrori{/} \u00e8 chiamato, secondo la mitologia orientale e greca, il personaggio preposto alla custodia dei morti, come Nergal o Plutone.

{N}18,{/}15: {S}Zolfo{/}: simbolo di sterilit\u00e0.

{N}19,{/}25: Questi vv. contengono le parole che Giobbe vorrebbe fossero incise sulla pietra e conservate. Purtroppo il testo in cui sono giunte \u00e8 alquanto corrotto. Pare tuttavia che il paziente conforti se stesso con una visione di quanto avverr\u00e0 un giorno. Nonostante la carne sia ora cos\u00ec mal ridotta e gli si consumi addosso, sino a ridurlo inevitabilmente alla morte, egli sa che ci\u00f2 non \u00e8 conseguenza di una colpa, e Dio, che ora tace e si nasconde, lo sa. E giorno verr\u00e0 in cui Dio stesso, nella sua qualit\u00e0 di {S}Vendicatore{/}, cio\u00e8 di chi ristabilisce i diritti di Giobbe, interverr\u00e0 a dichiararne pubblicamente l'innocenza; allora Giobbe, ritornato in possesso dell'integrit\u00e0 del suo corpo, potr\u00e0 contemplare, con quegli stessi suoi occhi, Dio. Questa speranza \u00e8 radicata nel suo cuore e lo strugge il desiderio che si realizzi.

{N}22,{/}6: Elifaz fa un elenco di supposti peccati di Giobbe, cui aveva gi\u00e0 fatto velata allusione Zofar (20,19-21).

{N}24,{/}5: Parla del caso in cui dei buoni e innocenti sono miseri e vanno penosamente racimolando un po' di cibo, e, non avendo di che coprirsi n\u00e9 casa alcuna, si ritirano in grotte per ripararsi.

{N}24,{/}9: Riprende a parlare del malvagio. Forse questo v. \u00e8 da trasportarsi dopo il v. 4; nei vv. 10-11 riprende il discorso sui buoni.

{N}24,{/}18: In questi vv. Giobbe pare far sua l'opinione degli amici sul castigo repentino degli empi: per questo motivo parecchi commentatori li trasportano dopo 27,23, ponendone le parole sulle labbra di Zofar.

{N}25,{/}1: Il discorso di Bildad \u00e8 insolitamente breve, perci\u00f2 molti commentatori lo vedono continuare in 26,5ss, spostando l'intervento di Giobbe contenuto in 26,1-4 dopo 26,14.

{N}27,{/}13: Sono qui addotti gli stessi argomenti con cui gli amici di Giobbe sostenevano la propria tesi, che cio\u00e8 gli empi non hanno sulla terra prosperit\u00e0 duratura, ma solo disgrazie. Il testo attuale pone questo argomento sulle labbra di Giobbe, il che contraddice quanto costantemente sostenuto finora da lui. Per tale motivo, e per il fatto che il terzo amico di Giobbe in questa terza replica non dice nulla, molti autori ritengono che queste parole non siano da riferirsi a Giobbe, bens\u00ec a Zofar. A queste fanno poi seguire quelle contenute in 24,18-24.

{N}28,{/}1: Il significato di questo inno alla sapienza pare il seguente: l'ingegno umano pu\u00f2 bens\u00ec penetrare nelle viscere della terra e produrre le meraviglie della metallurgia (vv. 1-11), ma non pu\u00f2 penetrare il perch\u00e9 delle cose (vv. 12-22). Perch\u00e9 soffre il giusto? Lo sa Dio; a noi, in cambio di tale scienza speculativa, \u00e8 data una sapienza pratica: temere Iddio e fuggire il male (vv. 23-28). Conclusione: facciamo il nostro dovere senza pretendere di capire i disegni imperscrutabili di Dio.

{N}29{/},1: Giobbe d\u00e0 un ultimo sfogo al suo cocente dolore con un lungo monologo, comprendente i cc. 29-31, e termina con un accorato appello a Dio, affinch\u00e9 voglia ascoltarlo e rendergli giustizia (31,35-40).

{N}32,{/}2: {S}Buzita{/}, discendente di Buz, fratello di Uz (Gn 22,21), della posterit\u00e0 di Nacor, perci\u00f2 di stirpe affine a quella di Giobbe (1,1). I discorsi di Eliu sono considerati un'aggiunta posteriore.

{N}33,{/}14: Giobbe s'era lamentato che Dio lo castigava senza ragione. Eliu risponde che i disegni di Dio sono pi\u00f9 alti di quelli che l'uomo pu\u00f2 comprendere; Dio pu\u00f2 in modi diversi rivolgersi all'uomo, p. es. con visione profetica (vv. 15-18), con le prove temporali, specie con le malattie (vv. 19-22), e con la parola dei ministri sacri o di amici e consiglieri (vv. 23-28): ci\u00f2 non sempre per castigarlo, ma anche per non lasciarlo cadere nel male o per provarlo nel bene.

{N}34,{/}13: Dio non governa l'universo per incarico di altri n\u00e9 applica il diritto stabilito da altri: \u00e8 la sua stessa onnipotenza che ha fondato il diritto. Perci\u00f2 egli non pu\u00f2 violare la giustizia, n\u00e9 per interesse n\u00e9 per costrizione.

{N}35,{/}2: Eliu risponde ad alcune affermazioni di Giobbe, secondo il quale su questa terra non giova all'uomo vivere da virtuoso, perch\u00e9 Dio non se ne cura (29,14-30). Eliu risponde: \u00e8 vero che virt\u00f9 o delitto non recano vantaggio o danno a Dio, tuttavia egli se ne prende pensiero perch\u00e9 ha cura del prossimo cui nuoce il vizio.

{N}36,{/}17: Testo corrotto. Il senso generale pare questo: chi si ostina nel male ne subir\u00e0 la debita pena.

{N}36,{/}22: Eliu inizia un inno alla sublimit\u00e0, potenza, sapienza e provvidenza di Dio, per far capire a Giobbe come possono essere incomprensibili e troppo alti per l'uomo i disegni di lui.

{N}38,{/}1: Dio stesso, apparendo in {S}mezzo al turbine{/}, che era il modo ordinario delle teofanie nell'AT, risponde a Giobbe che si era tanto sovente appellato a lui. Non risolve per\u00f2 il suo problema: gli dar\u00e0 bens\u00ec ragione contro le accuse degli amici, ma prima lo prostra con la descrizione della propria potenza e sapienza, facendogli cos\u00ec conoscere quanto si fosse mostrato presuntuoso nel voler quasi chiedere ragione a Dio del suo agire.

{N}38,{/}4: L'universo viene descritto secondo i concetti degli antichi, per i quali la terra era un'isola su un'immensa distesa d'acqua, il firmamento una gran calotta sostenuta da enormi colonne, il sole e la luna due luminari con il proprio ripostiglio nelle montagne che circondavano e delimitavano l'oceano.

{N}38,{/}36: Ai due animali qui nominati era attribuita una facolt\u00e0 di previsione: l'ibis annunzia le inondazioni del Nilo e il gallo l'aurora.

{N}40,{/}8: Dio fa risaltare pi\u00f9 che mai agli occhi dell'attonito Giobbe le meraviglie della potenza divina. Le descrizioni che seguono dell'ippopotamo e del coccodrillo sono tra le pi\u00f9 realistiche e potenti che la letteratura mondiale possegga.

{N}41,{/}23: Quando il coccodrillo nuota, l'acqua da lui mossa spumeggia, e lo scintillio delle goccioline sollevate rassomiglia ad esalazione di un unguento.

{N}42,{/}3: I primi due stichi del v. 3, come pure il v. 4, da alcuni commentatori sono ritenuti come una ripetizione delle parole dette da Giobbe in 38,2-3; in realt\u00e0, qui non hanno senso. Se invece si sopprimono, il senso appare chiaro: Giobbe riconosce umilmente di aver parlato senza cognizione, presumendo di s\u00e9. Perci\u00f2, riconoscendo ora la sua immensa inferiorit\u00e0 dinanzi a Dio, chiede perdono di quanto imprudentemente ha detto e promette di far penitenza {S}sulla polvere e sulla cenere{/}.

