{N}1,{/}5 {N}GES\u00d9 \u00c8 SIGNORE: INVENZIONE DELLA FEDE?{/}
La figura di Ges\u00f9 tale come la troviamo nel vangeli di Matteo, Marco e Luca, \u00e8 quella di un rabbino, un maestro della legge nella pi\u00f9 pura tradizione del popolo di Israele (Gv 3,2). Sebbene posteriormente si sia dato al conflitto con i farisei pi\u00f9 importanza di quella che aveva avuto, non ci si \u00e8 dimenticati che gli insegnamenti di Ges\u00f9 si avvicinavano in molti punti a quelli dei farisei (Mc 2,16; 12,28; 12,32). Tanto discepoli quanto avversari lo vedevano come un maestro della legge autodidatta (Gv 7,15). Ebbene, come si pot\u00e9 passare da qui alla figura di Cristo cos\u00ec come appare in maniera specialissima nelle lettere di Paolo: Signore della storia, nuovo Adamo, ricettore di un "Nome" incomunicabile?
Gli apostoli e tutta la comunit\u00e0 Cristiana nata da questa certezza hanno creduto nella resurrezione di Ges\u00f9. Non si dubitava che fosse il Messia; si credeva anche che Egli fosse figlio di Dio in un senso tutto speciale, completamente diverso da quello che intendevano i giudei con questo termine. Per\u00f2 ci volle molto tempo prima che se ne deducessero tutte le conseguenze. Sicuramente questo passo fu pi\u00f9 difficile per coloro che avevano conosciuto Ges\u00f9 personalmente e lo avevano osservato attraverso il prisma della loro cultura giudaica. Non \u00e8 che Ges\u00f9 non fosse stato pienamente giudeo nella sua maniera di insegnare, ma costoro avevano amato in Lui qualcosa che impediva loro di vedere pi\u00f9 oltre. Li descrive bene la lettera di Giacomo, il pi\u00f9 giudaico degli scritti apostolici. L'autore riconosce Ges\u00f9 come "Nostro Signore", per\u00f2 vedeva in Lui prima di tutto il maestro di una nuova legge che riassume il meglio dell'Antico testamento (2, 1 e 8).
Le comunit\u00e0 cristiane di Palestina rimarranno attaccate a quest'immagine del rabbino galileo, condotte dal gruppo di Nazaret, "I fratelli di Ges\u00f9" (Gal 1,19). Egli era senza dubbio risorto, ma senza fare arretrare l'orologio del mondo, e la sua eredit\u00e0 era quella di una morale purificata. In poche generazioni questi "giudei-cristiani" so troveranno come fuori dalla fede della chiesa, il cui centro nel frattempo si sposter\u00e0 da Gerusalemme a Roma.
Qui Paolo ha una parte decisiva senza proporselo. Non \u00e8 stato lui ad inventare Cristo Signore e Redentore: gi\u00e0 lo predicava Pietro dal principio (At 2,32-36; 3,15). Per\u00f2 Paolo non aveva ricevuto l'impronta, limitata, dell'immagine e delle parole del rabbino galileo; al contrario, la sua conversione era stata un incontro con Dio stesso nella persona di Ges\u00f9 (2Cor 5,16).
Se Ges\u00f9 non fosse risorto, sarebbe rimasto un semplice maestro: le sue parole avrebbero avuto pi\u00f9 importanza della sua persona. Per\u00f2 se era vero che il suo corpo era sparito dal sepolcro il mattino di pasqua, ci\u00f2 avrebbe significato una violazione delle leggi dell'universo. Da quel momento tutte le apparizioni del risorto non richiudevano che un solo messaggio: Ges\u00f9 Signore! Si era molto lontani dal Geremia con l'aureola gloriosa o dall'ascensione di Elia. A pentecoste Pietro dice che con questa resurrezione Dio ha risuscitato il suo "Santo servitore" (At 3,13) per\u00f2 aggiunge: "Dio lo ha fatto Signore". Presto si dovr\u00e0 riconoscere in Ges\u00f9 il "figlio della donna salito al cielo per prendere tra le mani il Libro della Storia" (Ap 12,5; 5,7). Paolo e Giovanni hanno tutto il diritto di parlarne come testimoni oculari: ambedue sono stati invitati a dare un'occhiata lass\u00f9 (Ap 4,1; 2Cor 12,2).
Ora era la persona di Ges\u00f9 a dare la chiave delle sue parole, come Dio nato da Dio. Quando Paolo parla di Cristo come "immagine di Dio" (Col 1,15), non ci inviter\u00e0 come prima cosa a rincontrare la bont\u00e0 del Padre nei gesti di Ges\u00f9: penser\u00e0 pi\u00f9 immediatamente nel figlio che, dall'origine, \u00e8 manifestazione, proiezione e sapienza attiva di Dio eternamente invisibile. \u00c8 lui ad aver attraversato il tempo e la storia, cos\u00ec che per Lui tutta la creazione e la storia dell'umanit\u00e0 ritornino al mistero divino (Col 1,20).
Nei vangeli Ges\u00f9 voleva solo annunziare il regno di Dio. Per\u00f2 con Paolo vi \u00e8 regno solo nel figlio fatto uomo e risorto (Col 3,1). Ecco il fossato che divide la fede cristiana dalla posizione di coloro che tra i giudei sentono la massima simpatia verso la figura di Ges\u00f9. Non fu Paolo ad erigere un muro di incomprensione: lo scandalo erano gi\u00e0 state la croce e la resurrezione di Ges\u00f9.
Lo scandalo non \u00e8 meno tra i cristiani odierni. Per quanta fede possiamo avere, a volte ci assale il dubbio: sar\u00e0 vero? Parecchi libri scritti da increduli e perfino da cristiani istruiti corroborano il nostro dubbio: la resurrezione? L'unica prova, dopo tutto, \u00e8 il sepolcro vuoto...D'altro canto, lo sappiamo veramente?...Dopo, si \u00e8 interpretato, si \u00e8 creduto di vedere...Si dice che sia risorto, era un modo di circondarlo di un'aureola e di riaffermare la speranza della comunit\u00e0...".
Tutti questi ragionamenti, nonostante, non danno ragione della convinzione intima nel cuore del credente; un istinto divino gli dice che la verit\u00e0 \u00e8 nel mistero e non nelle interpretazioni che pretendono eliminarlo (1Gv 2,27). Diciamo "istinto divino" perch\u00e9 non si tratta di sentimento. Crediamo, il che vuol dire prima di tutto che abbiamo ricevuto la testimonianza degli apostoli e della chiesa, e crediamo come loro. Per\u00f2 se accettiamo la fede, Dio non ci lascer\u00e0 soli con i nostri dubbi. Vi \u00e8 una promessa per chi crede: il dono dello Spirito Santo (At 2,38). I testi biblici dell'Antico e Nuovo Testamento dicono chiaramente che non si d\u00e0 fede senza una esperienza spirituale (Eb 12,18-24). Ci\u00f2 continua ad essere vero per coloro che vivono, come oggi molti, in una civilt\u00e0 impermeabile alla fede (1Cor 12,3).

{N}3,{/}20 {N}IL VOCABOLARIO DELLA GIUSTIFICAZIONE{/}
Nell'abbordare i testi cos\u00ec importanti di Paolo sulla "giustificazione" \u00e8 bene precisare il senso delle parole da lui impiegate, che dovremmo esprimere bene nella nostra lingua, che non \u00e8 la sua. Non si tratta di differenza semplice tra il greco e l'italiano; Paolo fa uso delle parole della bibbia greca dei {C}Settanta{/}, la quale in certo modo aveva determinato il linguaggio religioso dei giudei di lingua greca. Queste parole quindi devono esser comprese alla luce delle esperienze religiose dell'Antico Testamento.
Il nostro vocabolario circa la giustificazione e la grazia \u00e8 stato improntato fortemente da interminabili controversie teologiche, nonch\u00e9 dalle polemiche tra cattolici e protestanti dal secolo 16 al 18. I nostri antenati di prima di Cristo erano ben lungi dall'immaginare questioni del genere. Il vocabolario della redenzione, del peccato e della giustificazione, \u00e8 nato in un ambiente socialmente gerarchico. Il potente proteggeva il debole che gli si sottometteva, con obblighi reciproci. Se l'inferiore si ribellava, {C}peccava{/} contro il suo sovrano (2Re 18,14; Ez 17,15) e lo tradiva. Da parte sua il sovrano che apprezzava la fedelt\u00e0 del suo alleato lo considerava come {C}giusto{/}.
Sono le stesse parole dell'Alleanza. Certamente non si dubita della misericordia di Dio, si sa che perdona, per\u00f2 il popolo \u00e8 anche cosciente della Sua giustizia. Mettendo in pratica i comandamenti dell'Alleanza, meriter\u00e0 uno sguardo favorevole da parte di Dio. I profeti faranno progredire l'attesa del giudizio: allora Dio giustificher\u00e0 i suoi, cio\u00e8 li riconoscer\u00e0 come giusti e li perdoner\u00e0. Un'altra idea si fa strada lungo il cammino del popolo peccatore: l'uomo ha bisogno di conversione e questa non pu\u00f2 essere che opera di Dio (1Re 18,37); per\u00f2 la parola non \u00e8 giustificazione.
Dopo l'esilio, nella preghiera dei Salmi, vediamo lo sviluppo del desiderio, nel credente sincero, di compire i precetti della legge nel miglior modo possibile, sapendo che chi li metta in pratica vivr\u00e0 (Lv 18,5). Conscio della propria debolezza, non si stancher\u00e0 di chiedere a Dio un {C}cuore puro{/} disposto a osservare la sua legge. Quando leggiamo per\u00f2 che {C}Dio giustifica{/}, ci\u00f2 significa sempre che riconosce la giustizia di qualcuno e la proclama.
Cos\u00ec era la maniera di sentire e di esprimersi dei credenti di origine giudaico, o dei convertiti al giudaismo a cui Paolo si rivolgeva. Egli, per\u00f2, propone una riorientazione radicale delle parole e dell'attitudine religiosa. Fino ad allora la giustificazione dipendeva soprattutto dall'uomo e dalla sua fedelt\u00e0 nel mettere in pratica i precetti della legge. La {C}giustizia{/} era un insieme di qualit\u00e0 dentro il cuore e la vita del credente, apprezzata in primo luogo come una perfezione morale e legale meritante la benevolenza di Dio. La relazione con Dio era in buona parte giuridica: la legge stabiliva un codice di diritti e obblighi, e sebbene la piet\u00e0 sperasse molto dalla misericordia divina, ognuno si rendeva responsabile della propria giustificazione.
Paolo ora scopre il valore universale della venuta di Cristo, cio\u00e8 del Messia. Attraverso lui, e grazie alla fede, Dio riordina la persona umana. Paolo usa una parola greca che significa tanto "giudizio" quanto "processo di giustificazione", ossia diventare, farsi o riconoscersi come giusto. Cos\u00ec la giustificazione diventer\u00e0 un rifondersi della persona nelle profondit\u00e0 della stessa: la fede cristiana apre lo spirito e lo pone nel cuore della verit\u00e0. Se la parola giusti-ficare ci sconcerta, possiamo ricorrere ad altre parole di simile etimologia: retti-ficare, ri-abilitare, ri-ordinare, ri-aggiustare, ri-formare ecc.
Questo giravolta della parola sar\u00e0 seguito da un cambio nel significato della parola {C}riscatto{/} o {C}redenzione{/} (cf. nota a Mt 20,28). E, dato che la nuova giustizia \u00e8 una perfezione interiore, opera di Dio, le parole {C}santo{/} e {C}giusto{/} acquisteranno una nuova relazione reciproca.
Nell'Antico Testamento la santit\u00e0 \u00e8 propria di Dio, dato che esprime il suo mistero. \u00c8 tutto ci\u00f2 che lo mantiene a parte da tutto quello che non \u00e8 Lui e da tutto quello che di Lui si pu\u00f2 dire. {C}Santo{/} \u00e8 l'opposto di {C}profano{/}. Il libro di Daniele e quello dei Salmi chiamano {C}santi{/} gli esseri celestiali vicini a Dio che noi chiamiamo angeli (Dn 4,10 e 14; Sal 89,6). Sulla terra la parola {C}santo{/} viene applicata a persone e cose consacrate a Dio, e che pertanto obbediscono a leggi diverse di quelle a cui obbediscono i profani: per esempio i sacerdoti, il Tabernacolo, gli oggetti per il culto. Anche quando Dio dice a tutto il popolo: "Siate santi come io sono santo", la parola non ha il senso attuale. Essa associa all'idea di giustizia quella di essere un popolo diverso dagli altri perch\u00e9 consacrato a Dio. Nell'Antico Testamento, quando si vuol parlare di una persona perfetta agli occhi di Dio e in cui Lui si compiace, si usano le parole {C}giusto{/} e {C}pio{/}.
Per\u00f2 dal momento in cui la {C}giustizia{/} viene intesa come rifusione della persona, che apre le porte a una comunione con Dio, diventa sinonimo di {C}santit\u00e0{/}. Troviamo insieme le due parole in due luoghi, per\u00f2 in ordine diverso (1Cor 6,11; Ap 22,11). Ci\u00f2 dimostra che non si tratta di due tappe successive o due azioni diverse di Dio, ma due parole il cui senso diviene completo per chiunque abbia familiarit\u00e0 con il greco dei Settanta. Il senso della parola {C}santo{/} in Paolo \u00e8 "consacrato a Dio", ecco perch\u00e9 designa i cristiani come {C}santi{/}. Per\u00f2 Paolo fa vedere che i consacrati a Dio devono essere senza macchia e esenti da biasimo, cio\u00e8 santi nel senso odierno (1Cor 1,8; Col 1,22); questa santit\u00e0 cristiana sar\u00e0 imitazione di quella divina (Mt 5,45).

{N}3,{/}25 Il testo dice pi\u00f9 esattamente: "Egli \u00e8 il propiziatorio, per mezzo del suo sangue, con la fede". Propiziatorio \u00e8 termine classico: vi si designava il coperchio dell'Arca sopra la quale si pensava risiedesse Dio e che si aspergeva con il sangue delle vittime ogni anno nel giorno dell'Espiazione.

{N}5,{/}2 {C}Per mezzo di lui abbiamo anche accesso a questa grazia{/}. Il testo dice pi\u00f9 esattamente "per lui siamo acceduti a questa grazia in cui ci manteniamo". Non dimentichiamo "questa", liberando cos\u00ec la parola "grazia" da significati pi\u00f9 precisi datile dai teologi posteriori. Questa grazia o "favore" divino non \u00e8 altro che la pace con Dio. Fu acquistata con la fede e non c'\u00e8 bisogno di dubitarne.

{N}5,{/}20 {C}Sovrabbond\u00f2 la grazia{/}. Non dimentichiamo che la grazia \u00e8 in primo luogo dono o intervento divino per sollevare questa umanit\u00e0 peccatrice.

{N}5,{/}21 Il testo dice esattamente "ugualmente la grazia regn\u00f2 attraverso la giustificazione (giustizia) per la vita eterna, attraverso Ges\u00f9 Cristo nostro Signore". Questa giustificazione \u00e8 opera di Dio, che indirizza, ordina e fa giusti coloro che credono: costoro si trovano sulla retta via verso la vita eterna.

{N}6,{/}15 Il paragrafo 6,15-23 fu suggerito a Paolo sicuramente dalla memoria di due parole: {C}regno{/} e {C}obbedienza{/}. Dirigendosi ai greci, raramente parl\u00f2 del regno di Dio, giacch\u00e9 un termine tale aveva forza solo per il popolo di Israele. Qui questo termine gli suggerisce la lotta tra il bene e il male e lo stato di giustizia, ossia l'opera divina della giustificazione. Quanto alla parola greca per {C}obbedienza{/}, ha anche il significato di ricezione. Nella chiesa la si utilizzava per parlare della ricezione della fede e dell'attenzione prestata alla dottrina. Abbiamo quindi il cristiano trasformato in schiavo obbediente della Giustizia e del suo regno, facendo del suo corpo, atti e gesti altrettante armi per combattere il male.

{N}6,{/}23 Traduciamo di maniera meno letterale rispetto alla concisione del greco, per ricalcare le due opposizioni di Paolo: salario e dono gratuito; morte e vita eterna.

{N}7,{/}7 Qui entra in scena il peccato, come personaggio che interverr\u00e0 lungo tutto il capitolo. Non si tratta del peccato normalmente inteso, cio\u00e8 un atto libero con cui facciamo ci\u00f2 che sappiamo essere male. Si tratta di una personificazione delle forze che ci spingono verso il male, forze che in tutti i tempi hanno assediato l'umanit\u00e0 e di cui Adamo, padre e simbolo di tutta la specie umana, fu prima vittima.
Bisognerebbe meditare il verso 20 nel quale Paolo d\u00e0 a intendere che la nostra responsabilit\u00e0 personale \u00e8 piuttosto limitata. Cos\u00ec come Adamo, che si lasci\u00f2 sedurre dal serpente, siamo anche noi tanto vittime irresponsabili quanto colpevoli. Per questo ci si dice di non giudicare; per questo dobbiamo andare oltre l'esame di coscienza nel quale ci riconosciamo personalmente peccatori e colpevoli, e cambiare la nostra vita interrogandoci sulle nostre debolezze. Vi \u00e8 un peccato nel mondo che dobbiamo apprendere a guardare in faccia, sul quale dobbiamo avere idee chiare, e che richiede un impegno cristiano in tutti i grandi problemi dell'umanit\u00e0.

{N}7,{/}25 Paolo non divide la persona umana in spirito buono e corpo peccatore. Il peccato, questa forza installata nel mondo e nella societ\u00e0, ci raggiunge attraverso il corpo e sollecita il nostro compiacimento, mentre il nostro spirito o ragione riconosce la legge di Dio.

{N}8,{/}3 Analizziamo il testo dell'originale, pi\u00f9 preciso: 
{C}- Ci\u00f2 che era impossibile per la legge{/}: stabilire alla fine l'armonia tra Dio e l'uomo;
{C}- era debole a causa della carne{/}: Data la sua condizione materiale, l'uomo era prigioniero delle forze ostili a Dio e alla sua opera nel mondo;
{C}- Dio{/},{C} avendo inviato il proprio figlio in uno stato di affinit\u00e0 con la carne del peccato{/}: somiglianza (situazione stessa); della carne (condizione carnale), sulla quale il peccato ha potere;
{C}- per il peccato{/}: con il proposito di rispondere a questo regno del peccato nel mondo;
{C}- condann\u00f2 il peccato nella carne{/}: mediante la passione e resurrezione del figlio incarnato, Dio ha distrutto le evidenze false e la giustificazione di questo peccato nel mondo.

{N}8,{/}5 Nella natura umana non vi \u00e8 divisione tra corpo e anima (secondo lo schema aristotelico corpo-anima adottato dalla maggioranza dei nostri teologi). Vi \u00e8 piuttosto divisione nel dinamismo e attivit\u00e0 della persona umana dal momento in cui vi si fa sentire in essa il richiamo dello spirito. Paolo distingue tra chi \u00e8 "secondo" o "nella" carne e chi \u00e8 "secondo" o "nello" spirito. Non fa altro che riconoscere l'opposizione tra diversi vocazioni o progetti di vita, secondo i quali abbiamo o no scelto di avere risposto a Dio dopo averlo accolto e sperimentata l'azione del suo Spirito. La morale cristiana, anche nel riconoscere la basi morali della legge antica, non sarebbe cristiana se non nella risposta fedele e creativa ai richiami dello Spirito. Paolo non si occupa qui del discernimento di spiriti.

{N}8,{/}20 Il mondo creato \u00e8 riflesso di Dio, ma fino ad un certo punto e non oltre. Appena concentriamo la nostra attenzione e la nostra relazione con esso scopriamo molte contraddizioni e tragedie; basterebbe, per esempio, citare la sofferenza animale. Se teniamo presente il processo evolutivo che abbraccia tutta la storia dell'universo \u00e8 difficile non pensare che questa avventura, con i suoi fallimenti incalcolabili, sta cercando il suo senso. Paolo dice: il senso si scoprir\u00e0 quando i figli di Dio raggiungeranno la gloria che li attende.
Se la creazione {C}si vede obbligata a non raggiungere qualcosa di durevole{/}. Il testo originale dice "fu sottoposta alla vanit\u00e0" o alla "caducit\u00e0".
Questo avviene {C}a causa di colui che ve la sottopose{/}. Probabilmente non si tratta del demonio che avrebbe distrutto la creazione, n\u00e9 dell'uomo che fa quello che vuole dell'ambiente, ma di Dio che ordina secondo la stessa saggezza tanto l'uomo nella redenzione quanto la natura e la sua trasfigurazione futura. Da l\u00ec provengono tutti i fenomeni osservabili dalla scienza.

{N}9,{/}5 Il testo originale dice: "e uno di loro secondo la carne \u00e8 Cristo, che sta in cima a tutto, Dio, benedetto nei secoli, amen!". \u00c8 una dossologia o lode in cui i giudei, e Paolo con loro, rompevano nel citare il nome di Dio. La frase \u00e8 articolata in maniera da farci pensare che Paolo applica questa lode divina a Cristo: non appena lo addita come discendente dei patriarchi, precisando che questo era il suo lignaggio secondo la carne, pone parallelamente la sua filiazione divina. L\u00ec, sta in capo a tutto, Dio, o la stessa natura divina, dato che "Dio" \u00e8 qui senza l'articolo, e perci\u00f2 non si tratta della persona del Padre.
\u00c8 un po' quello che leggiamo in 1,3-4, per\u00f2 qui l'affermazione che Ges\u00f9 Cristo \u00e8 Dio (o ha natura divina) \u00e8 terribilmente diretta. Ci\u00f2 fa paura a coloro che pensano che tale affermazione non fosse passata in mente agli apostoli, ma si fosse fatta strada a poco a poco nella chiesa primitiva man mano che si sviluppava il mito di Ges\u00f9, il che va molto oltre il ragionevole. Anche senza seguire questa tendenza razionalista, alcuni pensano che un linguaggio cos\u00ec \u00e8 estraneo a Paolo, e preferiscono rifondere la frase diversamente: "...Cristo, colui che sta in cima di tutto: che Dio sia benedetto per i secoli!" Oppure: "...Cristo. Dio che sta in cima di tutto sia benedetto per i secoli!").

{N}9,{/}13 Il testo dice "E odiai Esa\u00f9". Non dimentichiamo che in ebraico il senso del verbo {C}odiare{/} \u00e8 molto ampio. Quando piace una cosa ma non un'altra, si dice "amo questo e odio quello", cio\u00e8 lo respingo, non lo prendo in conto...cf. Lc 14,26 e 16,13.

{N}10,{/}4 Il testo dice: "Cristo \u00e8 il termina della legge per la giustificazione di tutti i credenti". Paolo non nega che gli innumerevoli credenti che servirono Dio osservando la legge non siano stati santificati e salvati, prima o dopo Cristo. Tutta la rivelazione dell'Antico testamento era gi\u00e0 portatrice di salvezza: essa forgi\u00f2 gli uomini di un popolo e affid\u00f2 loro una missione. Ciononostante, la fede in Cristo ci permette di accedere a un ordine nuovo, cio\u00e8 la riconciliazione e giustificazione definitiva. La nostra persona acquista cos\u00ec una dimensione nuova, riconosciuta da persone sperimentate e preziosa agli occhi di Dio. Una nuova realt\u00e0 \u00e8 stata seminata nel mondo, giacch\u00e9 fino ai nostri gesti pi\u00f9 piccoli sono portatori dello Spirito.

{N}10,{/}6 Non cerchiamo di verificare nel testo citato da Paolo (Dt 30,12-13) una profezia dell'Ascensione di Ges\u00f9 o della "discesa agli inferi". La Scrittura \u00e8 portatrice dello Spirito. Quando Paolo se ne lascia guidare, le parole della Scrittura gli vengono in mente molto naturalmente, cosicch\u00e9 lui le prende e trasforma come gli conviene. Egli non vi cerca argomentazioni, ma parole portatrici di una forza. Nel passaggio citato la parola ebraica "abisso" di Dt 30,13 significa "l'oceano", per\u00f2 nel greco di Paolo \u00e8 venuta a significare il {C}mondo di sotto{/}, la dimora dei morti.

{N}10,{/}9 Questo paragrafo sembra un commento alla profezia di Gioele citata da Pietro il giorno di pentecoste. Si noti che Paolo attribuisce a Cristo Signore quello che il testo di Gioele attribuisce a Yahweh* Dio.

{N}11,{/}25 Il destino del popolo giudaico ci interessa oltremodo, dato che i suoi antenati sono anche i nostri. Gli apostoli e i primi cristiani non pensarono affatto di essere rinnegati da quel popolo (At 13,26-32; 26,22)): al contrario, loro erano gli eletti da Dio che avevano accolto il Salvatore sperato da tutta la loro razza. Con loro era cominciato un popolo nuovo (Sal 22,32) non un "altro", dato che loro erano "il piccolo resto di Israele".
La nostra fede si radica in avvenimenti storici tanto dell'Antico quanto del Nuovo Testamento, e per questo i Vangeli misero in evidenza la catastrofe nazionale e la distruzione di Gerusalemme nell'anno 70, cos\u00ec come Ges\u00f9 lo aveva annunziato. Luca considera che la tragedia del Salvatore respinto impronter\u00e0 il destino del popolo giudeo fino alla fine del tempo delle nazioni, cio\u00e8 la fine della storia (Lc 21,24). Il vangelo non dice di pi\u00f9.
Per\u00f2 Paolo ci chiede di non confondere due cose. Da un canto Dio chiama chi vuole riconoscere Cristo e credergli, dovunque nel mondo, e a costoro confida le opere sue pi\u00f9 grandi e segrete. Durante un periodo pu\u00f2 moltiplicare il numero dei chiamati in un popolo determinato, come fece per dieci secoli in terra della Cristianit\u00e0, e dopo lasciarlo fuori dalla gran corrente della fede. In questo senso la massa del popolo giudeo pass\u00f2 al largo di questo richiamo. Per\u00f2 ci\u00f2 non pu\u00f2 annullare le promesse di Dio al popolo giudeo, cio\u00e8 di essere un popolo a parte, incaricato di una missione unica che continua a compiere per la salvezza del mondo.
\u00c8 un invito a ripensare la nostra esperienza di chiesa. Sebbene i cristiani coscienti del loro richiamo da parte di Dio e della loro vocazione evangelica non siano molti, la chiesa nonostante come popolo di Dio continua a compiere la sua missione: essa \u00e8 necessaria per la salvezza del mondo e "le forze della morte non prevarranno su di lei".

{N}11,{/}28 Prestiamo attenzione a quello che pare indifferenza da parte di Dio verso quello che tanto ci preoccupa: com'\u00e8 possibile che Dio permetta che tanti attorno a noi abbandonino la fede vera? Dal fatto che siamo stati scelti da Dio come popolo che d\u00e0 testimonianza del suo amore, non possiamo smettere di sentire l'urgenza di comunicare questa luce agli altri. Che gioia per Paolo e per noi, oggi, quando un giudeo o un miscredente riconoscono l'unico Salvatore! Che ricchezza per chi riceve questo dono! Dio \u00e8 presente nella vita degli uomini, e agisce in tante maniere, che n\u00e9 il suo progetto di salvezza n\u00e9 le ricchezze che Egli vuole distribuire diminuiranno a ragione dei fallimenti della sua chiesa, sia a livello familiare sia mondiale. \u00c8 certo che ogni individuo \u00e8 capace di perdere tanto il talento affidatogli quanto il sovrappi\u00f9 di gioia offertogli da Dio. Vi saranno altri a fare uso del talento, tanto qui che sotto altri cieli, e nel mondo a venire ci rallegreremo di tutto, anche se fu un nostro conoscente a perderlo e uno sconosciuto ad approfittarne.

{N}12,{/}3 Il testo originale \u00e8 pi\u00f9 preciso: "Posso dire a ciascuno di voi che non pretenda (o progetti) di pi\u00f9 di quel che pensa (o progetta), come lo si pu\u00f2 fare con saggezza, secondo la misura della fede (o dei doni spirituali) che ha ricevuto.

{N}12,{/}6 {C}Se tu sei profeta{/},{C} lo sei per dare la luce della fede{/}. Il testo preciso \u00e8: "se si tratta di profezia, che sia secondo l'{C}analogia{/} della fede". \u00c8 il solo luogo dove la parola {C}analogia{/} appare in tutta la bibbia. Sap 13,5 usa {C}analogicamente{/} nel senso di "per induzione". In altre parole, il discorso profetico deve procedere da una visione di fede, o meglio da una intuizione o iniezione di fede ricevute dal profeta (1Cor 12,9).

{N}14,{/}9 {C}Signore dei morti e dei vivi{/}. Qualunque sia il valore logico dell'argomento, Paolo non esprime pi\u00f9 della fede apostolica di cui il nostro Credo \u00e8 testimone: l'opera redentrice di Cristo va molto pi\u00f9 oltre della salvezza di coloro che credettero in Lui e lo invocarono. Uomini di tutti i tempi e di tutte le religioni scopriranno un giorno che come Dio diresse le loro vite e li salv\u00f2 fu intimamente legato alla venuta del figlio al nostro universo.

{N}14,{/}16 \u00c8 la stessa idea di 1Cor 10,20, ma con altre parole.

{N}14,{/}23 Il testo dice esattamente: "tutto quello che non procede dalla {C}convinzione{/} \u00e8 peccato. In greco vuol dire lo stesso di {C}fede{/}. Per questo, nel passato, vi fu chi ignor\u00f2 il contesto e tradusse: "tutto quello che non procede dalla fede \u00e8 peccato". Vi si vedeva il ragionamento che mentre uno non ha fede pu\u00f2 solo peccare.

{N}15,{/}8 Paolo vede in questa doppia attitudine di Dio verso giudei e non giudei (le genti) una manifestazione delle due grandi qualit\u00e0 attribuitegli dalla tradizione profetica: la grazia e la fedelt\u00e0. Quello che Paolo afferma qui va senza dubbio pi\u00f9 in l\u00e0 del caso giudei-nongiudei. Crediamo che Dio gioca con la creazione (un ind\u00f9 direbbe {C}danza{/}), e che volle esprimere nel tempo ci\u00f2 che Egli \u00e8 e vive nell'eternit\u00e0. Abbiamo l\u00ec la chiave per capire come abbia voluto tanto rivelarsi a una minoranza, quanto salvare una maggioranza dell'umanit\u00e0 senza che questa prendesse parte a detta rivelazione.
Con i primi Egli fa esperimento di una relazione reciproca che \u00e8 gi\u00e0 nel tempo quello che sar\u00e0 nell'eternit\u00e0: la fedelt\u00e0. Dio promette, noi rispondiamo, lo sfidiamo, lo amiamo liberamente, e l'eternit\u00e0 vi si trova totalmente, anche se nell'ombra. Fu lo stesso di ci\u00f2 che accadde in Galilea. Il Verbo eterno vi visse una storia che non fu pi\u00f9 di un istante nel tempo degli uomini, per\u00f2 dentro di essa vi era il tutto di Dio.
Non \u00e8 affar nostro affermare ci\u00f2 che Dio fa con gli altri, con coloro che non hanno conosciuto il Dio incarnato. Pur tuttavia Paolo parla di {C}grazia{/}, parola molto elastica sotto la quale pone tutti gli imprevisti delle fantasie divine. \u00c8 probabile che nel passare dal tempo all'eternit\u00e0 ci si capovolgano tutti i valori in maniera sconcertante. \u00c8 anche probabile che Dio non possa ricondurre a s\u00e9 tutta la storia senza che alla fine si abbia l'impressione che tutti avessero torto su ci\u00f2 che da loro ci si aspettava, e che la festa non sarebbe altro che il risultato della fantasia e generosit\u00e0 di Dio. E la gioia sar\u00e0 pi\u00f9 grande quando l'umanit\u00e0 vibrer\u00e0 per sempre con la sorpresa di "coloro a cui non era stato annunziato" (Rm 15,21).

{N}16,{/}7 Si vorrebbe che Giunia (in greco Giunias, nome d'uomo) fosse invece Giunia , nome femminile, o Giulia come appare nei testi pi\u00f9 antichi, cio\u00e8 la moglie di Andronico, che condividerebbe con il marito il titolo di apostolo dato ai fondatori delle chiese. Lo si potrebbe dibattere, non senza correre il rischio di cadere nel "preteritismo", cio\u00e8 nell'errore di volere innovare copiando il passato. Tutto \u00e8 possibile, per\u00f2 prima \u00e8 necessario verificare se la parola {C}apostolo{/} fosse gi\u00e0 ben definita.

