{2}GIOBBE{/}

Il libro di Giobbe \u00e8 il capolavoro della letteratura sapienziale d'Israele ed \u00e8 anche un capolavoro in assoluto della letteratura universale, non solo per l'eterno problema che suppone - il dolore dell'innocente - ma soprattutto per la smagliante veste letteraria che l'anonimo autore ebreo del V secolo ha saputo dargli.
L'opera si sviluppa in forma di dialogo poetico inquadrato da un prologo, cc. 12, e da un epilogo, [Gb_42,7] - [Gb_42,17], in prosa. Prologo ed epilogo riprendono con opportuni ritocchi un'antica tradizione che narrava di un uomo retto e buono, profondamente religioso, ricco e stimato, il quale, all'oscuro di quanto \u00e8 avvenuto in cielo, viene bersagliato da una serie di sventure che lo privano dei beni, dei figli e della salute. Di fronte allo sfacelo della sua vita egli continua a benedire Dio, da cui viene ogni bene e ogni male. Dopo qualche tempo il paziente Giobbe viene reintegrato nello stato primitivo.
Sull'antico racconto l'autore ha innestato il suo poema inserendo tra il prologo e l'epilogo un dialogo fra Giobbe e tre amici che, udite le sue sventure, sono venuti a trovarlo. Dopo il lamento iniziale del protagonista sulla sua sorte, ognuno di essi prende a turno la parola per tre volte e Giobbe risponde a ciascuno di essi ogni volta. Si hanno cos\u00ec tre cicli di discorsi, cc. 3-27, nei quali i rappresentanti della sapienza ufficiale tradizionale sostengono le tesi della giusta retribuzione di Dio che premia e punisce gli uomini secondo i loro meriti e le loro colpe. Giobbe nelle sue risposte contesta questa sapienza, forte della sua coscienza e di altri casi che l'esperienza gli ha fatto osservare. In un ultimo lungo soliloquio, cc. 29-31, egli ribadisce la sua innocenza e provoca Dio a intervenire nel dibattito. Dio interviene, cc. 38-41, e parlando a Giobbe dei misteri del creato gli fa comprendere la sua posizione di creatura immersa in una fitta rete di mistero che non sfugge alla sapienza e onnipotenza di Dio creatore. Nell'esperienza di Dio, che non lo condanna come peccatore (quale lo giudicavano gli amici), ma non si presenta come imputato al suo giudizio (come egli pretendeva), Giobbe si rende conto della sua presunzione, ritira ogni sua pretesa, non chiede a Dio alcun perch\u00e9 e neppure di essere liberato dalle sue pene, [Gb_42,1] - [Gb_42,6]. Aver incontrato Dio che non l'ha condannato significa tutto per Giobbe: ha ritrovato il suo Dio; non ha pi\u00f9 bisogno di nulla.
L'epilogo, oltre alla felice conclusione della storia, \u00e8 significativo per la condanna delle parole dei tre amici e l'approvazione di quelle di Giobbe: Dio rifiuta la sapienza di quei tre che intendevano difenderlo e approva quella di Giobbe che asseriva la misteriosit\u00e0 e libert\u00e0 del comportamento di Dio con le sue creature.
A questa struttura iniziale si sono aggiunti in seguito i discorsi di Eliu, cc. 32-37. Questo interlocutore, che compare inatteso e scompare senza lasciare traccia, \u00e8 il testimone della reazione dei circoli sapienziali al libro di Giobbe. Leggendo l'opera egli crede di dovervi apportare dei correttivi. Le opinioni dei tre amici sulla sofferenza gli sembrano troppo semplicistiche e inette a controbattere certe espressioni quasi blasfeme di Giobbe sul governo ingiusto di Dio e sulla inutilit\u00e0 dell'innocenza per l'uomo. In quattro prolissi monologhi esprime le sue idee: la sofferenza non \u00e8 solo punizione; \u00e8 anche correzione di Dio, pedagogia alla conversione, misura preventiva contro l'orgoglio umano.
Un ultimo redattore, perplesso di fronte alle varie proposte di spiegazione della sofferenza, ha inserito, al termine dei dialoghi, un inno alla sapienza misteriosa di Dio, irreperibile per l'uomo, c. 28, concludendo che l'unica sapienza disponibile per l'uomo \u00e8 temere Dio e fuggire il male. La sapienza che dovrebbe svelargli il mistero della sua esistenza non \u00e8 in suo potere raggiungerla.
Questa \u00e8 la ricostruzione probabile della formazione del libro (protrattasi dal V al III secolo a.C.), quale viene proposta da vari studiosi, nel tentativo di spiegare difficolt\u00e0 e anomalie che turbano l'architettura semplice e solenne dell'opera primitiva. A queste difficolt\u00e0 si deve aggiungere che il terzo ciclo di dialoghi si presenta sconnesso: manca del tutto un discorso di Zofar; quello di Bildad \u00e8 stranamente breve; ma soprattutto nei discorsi di Giobbe si notano interi brani che non si possono attribuire coerentemente a lui perch\u00e9 sostengono le tesi degli amici. La ricostruzione generalmente seguita di questo terzo ciclo \u00e8 la seguente: c. 22 Elifaz; [Gb_23,1] - [Gb_24,17] Giobbe; [Gb_25,1] - [Gb_25,6], [Gb_26,5] - [Gb_26,14] Bildad; [Gb_26,1] - [Gb_26,4], [Gb_27,1] - [Gb_27,12] Giobbe; [Gb_27,13] - [Gb_27,23], [Gb_24,18] - [Gb_24,25] Zofar. Resta comunque difficile dire se si tratta di sviste di antichi copisti che hanno sbagliato la sequenza dei brani o confuso le pagine, oppure di interventi intenzionali che hanno operato tagli e aggiunte per condurre maldestramente Giobbe alla conversione.
Il libro di Giobbe non d\u00e0 la chiave per sciogliere l'enigma della sofferenza del giusto. Lo stesso intervento di Dio, che l'autore del poema primitivo mette audacemente in scena, non rivela a Giobbe la sfida avvenuta in cielo. In realt\u00e0 l'autore non ha la risposta esauriente al problema. Immaginando la sfida tra Dio e il satana l'autore mostra di credere che in cielo vi sono delle ragioni per la sofferenza innocente (e non possono non essercene), ma queste ragioni non sono ancora arrivate in terra. L'ignoranza fa parte della prova di Giobbe, cio\u00e8 della condizione umana. Del resto, qualunque spiegazione violerebbe il mistero di Dio che l'autore avverte in maniera fortissima; un mistero da accogliere con umilt\u00e0 e sottomissione, non da sindacare, come ha fatto Giobbe nel corso del dibattito. Indubbiamente Giobbe era spinto dal desiderio appassionato di incontrare questo Dio misterioso. Ed \u00e8 la ricerca di Dio che in realt\u00e0 salva Giobbe: lamenti e provocazioni, scoramenti e speranze sono le varie tonalit\u00e0 che assume questa ostinata ricerca, cui Giobbe non intende rinunciare e alla quale Dio viene incontro non con soluzioni esaurienti, ma con il dono della sua presenza.
La continua ricerca di Dio dice che la fede di Giobbe non \u00e8 mai venuta meno, ma dice anche che questa fede deve maturare. Il Dio, che egli credeva di conoscere nel tempo del benessere, gli \u00e8 sfuggito; il rapporto corretto, che egli credeva di avere stabilito con lui e che gli garantiva vita e benessere secondo la sapienza tradizionale, si \u00e8 rivelato un'illusione. Ecco che sotto il pi\u00f9 appariscente problema della sofferenza dell'innocente si cela un problema pi\u00f9 profondo e universale: chi \u00e8 questo Dio? E qual \u00e8 - se c'\u00e8 - il giusto rapporto con lui? Sembra che l'autore abbia inteso [Col_suo libro smontare ogni pretesa di trovare - nel campo del comportamento etico e anche cultuale, del fare qualcosa sia pure per Dio - una \u00abgiustizia\u00bb autonoma dell'uomo di fronte a lui, cio\u00e8 un diritto che Dio sarebbe obbligato a sottoscrivere. Una pretesa del genere falserebbe sia la posizione dell'uomo che quella di Dio, proprio perch\u00e9 li pone sullo stesso piano. L'autore sente tutta la falsit\u00e0 di questa impostazione dei rapporti con Dio, per cui l'atteggiamento che egli suggerisce, facendolo assumere al suo protagonista, \u00e8 l'accettazione del mistero della propria vita - il quale resta tale anche al di fuori del problema del dolore innocente - affidandolo al mistero di Dio che lo ingloba e che si rivela sempre un mistero di salvezza. La felice conclusione del poema, che non \u00e8 la soluzione del problema, afferma precisamente che l'ultima volont\u00e0 di Dio \u00e8 la felicit\u00e0 della sua creatura che lo cerca. La sofferenza del giusto \u00e8 stata una specie di caso-limite assunto dall'autore per scuotere certezze cristallizzate nella corrente sapienziale ufficiale (i tre amici ed Eliu), che non rispondevano alla realt\u00e0 n\u00e9 stimolavano quella fede autentica che Dio aveva richiesto fin dagli inizi della rivelazione ad Abramo ([Gn_15,6]) - anch'egli in una situazione paradossale di fronte a Dio - e che san Paolo teorizzer\u00e0 esplicitamente anche per ogni cristiano ([Rm_4,1]).
